13/12/2018
Parigi

Intervento di apertura del Presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, al Vertice interparlamentare G5 Sahel

Sono molto lieto di prendere parte ai lavori del Vertice interparlamentare G5 Sahel. Ringrazio il Presidente dell'Assemblea Nazionale francese, Richard Ferrand, per avermi invitato, insieme ad una delegazione di deputati italiani, a questo importante incontro. Saluto i colleghi dei Parlamenti dei paesi del Sahel e dei Parlamenti europei oggi qui presenti.

Voglio subito dire che condivido pienamente le finalità che hanno ispirato l'organizzazione del Vertice, chiaramente espresse nel documento approvato dalla Conferenza interparlamentare di Niamey del luglio scorso.

Il Sahel rappresenta sempre più l'epicentro di questioni globali; è un'area di importanza cruciale non solo per gli equilibri regionali, ma anche nei rapporti fra Africa ed Europa e fra Sud e Nord del mondo. I paesi oggi qui rappresentati devono affrontare sfide enormi sul piano della sicurezza, dello sviluppo umano e sociale, dell'adattamento ai cambiamenti climatici, dell'offerta dei servizi di base, dell'alimentazione, del ruolo delle donne nell'economia e nella società. Per cercare di dare riposte a queste impellenti urgenze è necessario mettere in atto consistenti programmi di intervento.

Nessuno può pensare, però, di affrontare da solo i grandi problemi del nostro tempo, né in Africa né in Europa. Il senso di questo Vertice è allora quello di rafforzare le partnership fra i paesi del Sahel, le organizzazioni internazionali e i paesi europei che più sono impegnati nella cooperazione multilaterale.

Sono orgoglioso che anche l'Italia faccia parte di questa alleanza e che il mio paese investa una quota crescente di risorse nei progetti rivolti a questa area del mondo. Proprio per questo ritengo importante che il Parlamento italiano sia pienamente coinvolto, insieme agli altri parlamenti dei paesi interessati, in questo dialogo sulle politiche di sicurezza e sviluppo fra Europa e Africa.

Ma questa dimensione parlamentare, per essere davvero rilevante, deve imprimere un vero salto di qualità in termini di democrazia alla nostra alleanza.

A mio avviso, infatti, il coinvolgimento dei parlamenti costituisce un valore aggiunto per la cooperazione fra i nostri paesi. Ha un significato profondo: quello di interpellare direttamente i popoli rappresentati dai parlamenti in merito al reale impatto dei progetti sviluppati sulle diverse dimensioni del nostro partenariato. Fare rete tra parlamenti significa promuovere un confronto prezioso tra i luoghi della sovranità popolare per trovare posizioni e percorsi comuni e proteggere valori costituzionali comuni. La domanda fondamentale che rivolgiamo in primo luogo ai nostri colleghi africani riguarda allora le concrete conseguenze che queste iniziative hanno per la vita di tutti i giorni dei loro concittadini. Come sono accolti dalle popolazioni locali i progetti di cooperazione e le missioni internazionali attive nel campo della sicurezza? Sono essi davvero utili? Quali sono le aspettative dei destinatari dei programmi di aiuto?

Dunque a questo, anche, servono i parlamenti: a sentire le attese delle popolazioni, le loro speranze e istanze profonde, per tradurle già in azione concreta o in indirizzi che spetterà agli esecutivi attuare. E a questo anche serve il dialogo tra i Parlamenti e tra i Parlamenti e gli attori internazionali. Le raccomandazioni adottate lo scorso luglio dal Vertice interparlamentare s'inseriscono a pieno in questa tensione ideale. Ne voglio citare alcune: l'esigenza di una rigorosa trasparenza dei finanziamenti alla missione del G5 Sahel e del loro utilizzo; il ragionamento sull'ampliamento dell'azione della forza congiunta e di un più forte sostegno dell'Onu; l'accento posto sull'educazione primaria, secondaria e superiore; la richiesta di incoraggiare gli investimenti in un settore cruciale come quello agricolo o nell'accesso all'energia e all'acqua; la rivendicazione di un vero e proprio diritto a un'informazione puntuale e inclusiva delle attività condotte nell'ambito della missione. Mi auguro che la conferenza di oggi possa fornire un contributo importante rispetto a tali questioni.

La cooperazione internazionale, per essere veramente efficace, deve a mio avviso affrontare un vero e proprio cambio di paradigma. Deve evitare di essere percepita come un insieme di iniziative promosse sulla base di pure ragioni di geopolitica a beneficio spesso di ristrette élite. Deve invece guardare direttamente agli interessi dei popoli. Che vanno messi in grado di fare le scelte fondamentali riguardanti i propri destini di vita.

Oggi si è soliti mettere in contrapposizione la sovranità dei popoli con la cooperazione multilaterale fra gli Stati. Io non sono di questo avviso. Sono al contrario convinto che un popolo possa davvero scegliere liberamente il proprio posto nel mondo solo in costante dialogo con i propri partner vicini e lontani. Non dobbiamo mai smettere di costruire ponti e di intessere reti che ci consentano di preparare un futuro condiviso di prosperità e pace.

Ma per giungere a questo risultato dobbiamo cambiare profondamente rotta rispetto al passato. Nei rapporti fra Europa e Africa questo significa porre definitivamente termine allo scambio ineguale che ha contraddistinto e in parte ancora tuttora contraddistingue le relazioni fra queste due regioni in termini politici, economici, monetari, energetici, commerciali. La dimensione del dialogo parlamentare ci consente a mio avviso un dialogo più franco e diretto su questi temi che sono spesso difficili da affrontare sul piano governativo, anche per la loro intrinseca delicatezza. Il "passato che non passa" va rielaborato sino in fondo per riconfigurare i nostri rapporti su basi completamente nuove.

Se il senso di un vertice interparlamentare è quello di ascoltare le attese delle popolazioni, le loro speranze e istanze profonde, allora quella è anche la sede per comprendere e dirci in modo franco quale sia il bilancio della nostra presenza, come europei, nei Paesi africani. Traiamo da essi più benefici di quanto ne diamo? I nostri investimenti nei diversi settori producono un valore aggiunto, vale a dire costituiscono un moltiplicatore economico, sociale, ambientale per quei territori? Perché se il bilancio tra il "prendere" e il "dare" è negativo, allora abbiamo sbagliato, e non è possibile continuare con un modello che è sbagliato. Con un "antimodello" globale che prende il nome di estrattivismo: andare in un territorio, prenderne e trasferirne le risorse a vantaggio di interessi altri - privati e non - ai danni delle comunità che da quelle risorse dipendono, che di quelle risorse potrebbero vivere.

I due argomenti principali del vertice sono sicurezza e sviluppo umano, due versanti che devono essere considerati in una prospettiva integrata. La neutralizzazione dei gruppi terroristici e la stabilizzazione delle condizioni di sicurezza sono ovviamente requisiti indispensabili per la vita civile e politica di ogni paese. Ma la sicurezza non deve essere mai perseguita come un fine a sé. Soprattutto non può divenire oggetto di politiche a senso unico, che prescindono dall'impatto sulle condizioni di vita reali delle persone. Se arriviamo a questo vuol dire che siamo davvero fuori strada.

Le persone devono essere invece sempre il punto di partenza e il punto di arrivo di ogni strategia per migliorare le condizioni di sicurezza: è indispensabile ascoltare i bisogni dei cittadini, tenere conto delle loro paure e delle loro speranze, rispettare i diritti umani e delle minoranze. E ci tengo a sottolinearlo a pochi giorni dal 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo approvata proprio a Parigi. Solo in questo modo si batte veramente il terrorismo. Ci deve essere il controllo delle frontiere, se queste sono divenute talmente porose da consentire il drammatico sviluppo di traffici illegali. Ma tale controllo, per non suonare antistorico e stonato, non può ignorare che quelle stesse frontiere semplicemente non esistono per chi è costretto a migrare a causa di fenomeni quali la desertificazione, l'insicurezza sanitaria, la mancanza di cibo, l'inaccessibilità ai beni comuni primari, l'inesistenza di un futuro per milioni di giovani.

Si è conclusa da poco la conferenza di Marrakech con la sottoscrizione del Global compact sulle migrazioni che lega strettamente le politiche degli Stati in questo settore agli obiettivi di sviluppo umano accolti dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. A mio avviso è questa la prospettiva adeguata per giungere a fare delle migrazioni non più una necessità dettata da impellenti urgenze di sopravvivenza, ma una libera scelta delle persone di ogni parte del mondo.

E da questo punto di vista "fare sicurezza" è agire sulle cause drammatiche di disagio economico e sociale su cui fanno leva i gruppi terroristici per il loro proselitismo. Su questi temi c'è un lavoro enorme da fare: penso ad esempio a modalità innovative e più eque per l'uso di risorse vitali, come quella fondamentale dell'acqua, oggi sempre più spesso oggetto di tensioni e conflitti. La gestione e l'accesso alle risorse idriche come bene comune è al centro di un vivace dibattito parlamentare anche nel mio paese: si tratta di una questione cruciale sul quale possiamo utilmente confrontarci.

C'è un'immagine - parlo proprio di una fotografia - che mi ha sempre molto colpito e che voglio condividere con voi come ulteriore spunto. È quella della Terra vista di notte dall'alto. Uno spettacolo di piccole luci. Un'istantanea che affascina ma che non può non farci riflettere quando l'occhio si sposta dalla miriade di luci dell'Europa a quelle poche e rade nei territori africani. Non può non farci riflettere che attualmente l'accesso all'elettricità nei Paesi del Sahel è addirittura inferiore alla stessa media africana.

Da molti, in Europa, l'Africa viene oggi percepita come una fonte principalmente di potenziali problemi che minacciano la stabilità del vecchio continente. Il Sahel è stato definito spesso "una nuova polveriera". Io invece sono convinto del contrario: dai vostri paesi possano partire le speranze e le energie per consentire anche a noi europei di cambiare i nostri modelli di sviluppo, ormai non più sostenibili. Ma l'utopia va costruita ogni giorno con azioni concrete da realizzare insieme: mi auguro che il nostro incontro possa dare un contributo in questo senso.